ASSOCIAZIONE ITALIANA DI CULTURA CLASSICA DELEGAZIONE DI TARANTO <<ADOLFO FEDERICO MELE>>
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14 ottobre 2017 - ore 18.00 - Area archeologica di via Marche

Prof. Enzo LIPPOLIS, «Coloni e colonizzatori tra mondo antico e contemporaneo: documentazione e risultati egli scavi di Saturo

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Foto della serata di Mino Lo Re, condivise dal sito di Taranto Sotterranea

Enzo Lippolis, Coloni e colonizzatori del mondo antico e contemporaneo: documentazione e risultati degli scavi di Saturo

 

Sintesi della conferenza

a cura di Francesca Poretti

 

Gli scavi di Saturo, cominciati nei primissimi anni del secolo scorso da Quintino Quagliati, poi proseguiti da Ciro Drago, quindi da Felice Gino Lo Porto, dal 2008 ripresi dal prof. Enzo Lippolis, dell’Università “La Sapienza” di Roma, rappresentano un’eccellente occasione per fare qualche riflessione sui processi di colonizzazione.

Saturo non è un centro urbano, è una κὠμη (cioè, un villaggio) nella χὠρα di Taranto, uno dei centri essenzialmente rurali con luoghi di culto, che sono punti di riferimento per la vita sociale, economica ed istituzionale. Il sito di Saturo aiuta a capire com’era l’organizzazione politica di un insediamento un po’ complesso e articolato come la polis. Dopo le campagne di scavo nella zona del santuario della Sorgente, ai tempi di Lo Porto, e della necropoli, ora si scava sull’acropoli. Nel sito si nota la continuità di vita in quattro momenti principali:

1. fase protostorica: tra il 1800 e il 1400-1300 (Bronzo medio, recente e finale) si sviluppa dapprima un villaggio, che diventa uno dei centri più organizzati e articolati dell’Italia e anche del Mediterraneo;

2. fase japigia: dal IX sec. fino alla 2^ metà dell’VIII sec. a. C.;

3. fase greca: iniziata nell’VIII sec., si sviluppa soprattutto intorno al 640-630 a. C., ne è una testimonianza una πἰναξ, datata proprio a quel decennio del VII sec., pezzo davvero eccezionale;

4. fase romana: II-I sec. a. C., è rappresentata da un latifondo con una grande villa (I sec. a. C.) che sopravvive fino al VI sec. d. C. (i materiali studiati provenienti da questa mostrano che la villa ha contatti con vari siti del Mediterraneo, la Tunisia, la Grecia, da cui importa, oltre a derrate alimentari, anche beni di prestigio). Si lavora oggi nella zona, nonostante la presenza di danni all’area archeologica, dovuti a strutture costruite durante l’ultima guerra mondiale per servire a dei bunker; è in corso di elaborazione anche un modello 3D.

L’emergenza più notevole di Saturo è il villaggio protostorico, ben più grande degli analoghi abitati del periodo, estremamente piccoli; inoltre, insieme a Roca vecchia, nel Salento, è l’insediamento più importante d’Italia per i contatti con il Mediterraneo Orientale, cioè, con l’Egeo, con il mondo miceneo (circa XIII sec. a.C.). Tra le fonti che conservano memoria di questa frequentazione micenea del sito di Saturo, la più interessante è quella di Erodoto, che ricorda l’approdo, sulle coste della Japigia, la nostra Puglia, dei Cretesi di ritorno dalla Sicilia, i quali, incendiate dalle donne le navi, si erano trasformati in Japigi da Cretesi che erano, sudditi di Minosse. Poi, penetrati nell’interno, avevano fondato Oria, una delle città più antiche e rinomate del nostro territorio. A questa leggenda era legata anche quella della fondazione di Taranto ad opera di Taras, figlio di Satyria, figlia di Minosse (su una terracotta proveniente  dal santuario della Sorgente ci sono due figure, una è Taras, l’altra, femminile, è Satyria). Saturo viene considerata come “madre” di Taranto, come Satyria è madre di Taras, con un rapporto di dipendenza tra i due insediamenti, che fa riferimento a questa tradizione antica. Per Saturo, data la presenza di ceramiche sia importate sia prodotte in loco, si deve immaginare (è questa l’opinione dello studioso Marco Bettelli, che si occupa esclusivamente di materiali micenei) uno scambio di persone e di informazioni con l’Oriente, quindi, una presenza stabile di Micenei che portano le tecnologie utilizzate nell’Egeo.  

Degno di interesse sull’acropoli è un edificio molto grande, di quasi 20 mt (di lunghezza) x 5 (di larghezza), conservato solo nella parte basamentale (in pietra), un vero e proprio monumento, composto di due ambienti, un vano molto più angusto nella parte anteriore, con una piccola struttura a π greco che conserva all’interno ancora tracce di bruciato (forse segno della presenza di qualche focolare o piuttosto altare); è l’unico edificio in pietra di questo periodo e di queste dimensioni in Italia, simile ai grandi μέγαρα micenei, scoperti nella Grecia nord-occidentale (Epiro, Macedonia, Grecia costiera ionica). Considerando che il resto dell’abitato è costituito da capanne, con una parte circolare e un piccolo portico d’ingresso, possiamo formulare due ipotesi circa la funzione di questo edificio: esso starebbe ad indicare una struttura gerarchica, cioè, l’inizio della formazione di uno Stato, con un capo che organizza la produzione, l’accumulo e la redistribuzione come nel mondo miceneo, oppure, si tratterebbe di un edificio comune, in cui vengono depositati i beni della comunità, quindi, con una funzione istituzionale ed economica. Esso, inoltre, per quanto isolato come edificio, è abbinato ad altri elementi, che il relatore indica sulla pianta: un muro di cinta sul ciglio della collina, a sua volta difesa da un aggere di 4 mt. e mezzo, in pietra, poi, altre strutture parallele,  intorno ad una specie di spiazzo, frequentabile, quindi, una forte discesa verso la baia di Porto Perone (approdo principale dell’insediamento, dove arrivavano le piccole navi che giungevano dall’Oriente).

Il villaggio iapigio presenta un problema. La mancanza di testimonianze (tranne pochissimi elementi, oggetto di studio) relative al periodo che va dal X alla prima metà dell’VIII sec. dimostra - contrariamente all’ipotesi formulata da Lo Porto, che ci sarebbe stata dal Bronzo medio una presenza continuativa di vita, fino all’arrivo dei Greci -, che nel XII sec. il sito fu abbandonato e la vita continuò a Torre Castelluccia (Lido Silvana). Ci si chiede quale percezione avessero del sito i primi ad arrivarvi dal Mediterraneo orientale.

Altro problema: intorno al 750 a. C. ricomincia la vita organizzata, ma la parte meridionale di Porto Perone, fin dove arrivava il villaggio, ha restituito pochi materiali (frammenti di ceramica ad impasto, non attribuibile ad alcuna cultura).

Una nuova interpretazione si può dare di una specie di grotta scavata in una roccia (nel villaggio iapigio), in cui c’era una banchina con oggetti per cuocere, che non sarebbe  una grotta-cucina, come ipotizzato da Lo Porto, data l’altezza di 1 mt circa, troppo esigua per comportarne quella destinazione d’uso; si potrebbe trattare di un ambiente adibito a rituale, funzionale dunque, danneggiato al momento dell’occupazione greca; il pezzo di muro intorno può essere quel che rimane di un edificio templare di età greca; si intravede anche una specie di recinzione di una capanna di tipo circolare. La doppia cinta muraria (costituita dal muro che recinge la parte più alta, con grandi massi megalitici, e dall’aggere di pietre molto più piccole all’interno) non appartiene allo stesso periodo, ma una è della fase iapigia, l’altra dell’età greca. Quello della fase iapigia sembra essere un insediamento con poca gente, che vi abita in modo stagionale anche, e vi si è trovato materiale di poca consistenza. Un frammento eccezionale, il collo di una pisside tardo-corinzia (VII sec.), trovato nello scavo del santuario sull’acropoli, presenta un’iscrizione in dialetto laconico (una delle più antiche iscrizioni in greco laconico), con i caratteri dell’alfabeto laconico, in particolare con una forma grammaticale impiegata da Alcmane. Inoltre, l’iscrizione contiene il genitivo Μουσᾶν (“delle Muse”), che fa pensare ad un culto delle Muse aggiunto al culto di Atena, cui l’acropoli era destinata, quindi a Saturo vi sarebbe una duplicazione di quello che avveniva a Sparta (dove c’erano il culto di Atena Chalkíokos e quello delle Muse, collegato al primo). In questo insediamento quindi, non solo si parla laconico, si trova ceramica greca importata o prodotta in loco, funzionano istituzioni diverse, ma gli abitanti sono coloni a tutti gli effetti.

Il relatore passa poi alla seconda parte della sua conversazione, relativa ai colonizzatori del mondo contemporaneo. E comincia da un evento recente: la rimozione della statua di Cristoforo Colombo da una piazza di Buenos Aires (alle spalle della Casa Rosada), da parte di chi vuole protestare contro il presunto colonizzatore delle Americhe, protesta assurda sia perché Colombo non ha colonizzato i paesi americani sia perché quelli che protestano sono i discendenti di coloro che si sono trasferiti e hanno eventualmente massacrato le popolazioni indigene. Oltre ad una mappa della colonizzazione del mondo tra ‘800 e ‘900, interessante anche una cartina che mostra i flussi di migrazioni in Europa tra il 2001 e il 2010, da paesi che si spopolano (Bulgaria, Romania, Germania Est, Albania, Turchia) a luoghi che ricevono i migranti (Francia, Catalogna, Madrid, Italia Settentrionale); i fenomeni migratori sono di diverso genere; anche i giovani che si spostano da Taranto, dalle città del Meridione per trovare lavoro altrove sono migranti e determinano processi di trasformazione, più precisamente, quelle che si chiamano culture a contatto e di cooptazione. La colonizzazione moderna non è molto dissimile da quella greca antica, per es. comune è il discorso di dire che si va a colonizzare popoli inferiori culturalmente, li si va a civilizzare, comune la forma frequente di violenta sopraffazione dei coloni sui colonizzati, comune la motivazione politico-economica di tipo imperialista, finalizzata ad estendere la propria influenza su altri territori, comune a volte il processo di cooptazione che molti popoli preferiscono.

Dopo la decolonizzazione, a fronte di problemi anche attuali come il terrorismo, si è formata una corrente di pensiero (soprattutto anglosassone) che ha manipolato la storia, affermando che, all’epoca della colonizzazione greca, non ci sarebbero state frequentazioni violente o invasive come le contemporanee, anzi, spesso i colonizzati avrebbero fatto a gara ad imitare altre culture; a partire dal 1998, addirittura si legge che la colonizzazione greca sarebbe stata un falso, una costruzione occidentale, in realtà l’arrivo dei coloni avrebbe determinato la nascita di comunità miste nel VI sec., favorite dal desiderio delle culture indigene italiche di aprirsi alla cultura greca appunto (tale è considerata la situazione di Amastuola, Crispiano).

 A Saturo non fu così, l’arrivo dei coloni greci (di certo non indolore) comportò l’introduzione di tecnologie nuove, di un patrimonio espressivo nuovo, di una produzione diversificata rispetto a quella che si conosceva prima, l’adozione della scrittura (che è quella greca), di comportamenti nuovi, per es. bere il vino diventò un fatto sociale, insomma, ci fu una rottura rispetto alla civiltà precedente, un cambiamento radicale del modo di vivere. E, nel gruppo dei colonizzati, alcuni vollero far parte dei gruppi dei coloni, altri mal tollerarono la subalternità. Alla fine, però, di un complesso processo di integrazione, non scevro da conflitti, i colonizzati non ebbero più una loro identità,  furono assimilati ai colonizzatori, una comunità ibrida, in cui non fu più possibile, all’arrivo dei Romani, distinguere tra gli uni e gli altri. Così è accaduto anche in età moderna e contemporanea, in Australia, negli USA, nell’America Meridionale, nello Stato d’Israele, ovunque popoli che si sono lì trasferiti dai loro paesi d’origine hanno finito con l’assimilarsi alle genti dei luoghi in cui erano arrivati. 

 In realtà, conclude il relatore, nessuna società è stabile e la storia comunque non si cancella, certo, non lo si fa abbattendo delle statue.

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